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12 giugno 2003


Il "coraggio" di Piero Ottone (reprise)

C'è anche chi prova a difendere il direttore che faceva il radicalchic tra una regata in vela e l'altra. E' Luigi Manconi, già portavoce dei Verdi (partito portato al disastro elettorale) e attuale marito della giornalista del Tg3 Bianca Berlinguer. Manconi ha scritto un ridicolo articolo sull'Unità, dove afferma che in realtà il Corriere non ha mai omesso il nome di Montanelli, si tratterebbe di una leggenda metropolitana, perché all'interno dell'articolo il vecchio Indro veniva citato. Quello che Manconi non capisce - o finge di non capire - è che lo scandlo fu che il nome di Montanelli non fu inserito nel titolo. Per l'ex portavoce dei Verdi il nome non fu messo nel titolo perché due giorni prima c'era stato un altro attentato contro un giornalista, Vittorio Bruno del Secolo XIX. Forse il "peso" dei due nomi era un po' diverso, caro Manconi. Sarebbe come a dire che se domani Fini e un consigliere provinciale dei Ds ricevono minacce, domani i giornali dovrebbero titolare "Politici sotto minaccia", omettendo il nome di Fini. Comunque per chi vuole farsi due risate, clicchi qui




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12 giugno 2003


Il "coraggio" di Piero Ottone

Un articolo del direttore della Padania, Gigi Moncalvo, da leggere tutto d'un fiato. La ricostruzione di quella pagina nera del giornalismo, quando il Corriere della Sera, diretto da Piero Ottone, censurò il nome di Montanelli nel titolo che riferiva dell’attentato subito dal giornalista da parte delle Brigate Rosse.

Poiché è molto lungo l'ho spezzettato nei quattro post seguenti




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12 giugno 2003


Il "coraggio" di Piero Ottone (2)

In questi giorni di grandi sommovimenti al “Corriere della Sera” qualcuno ha usato, a sproposito, il nome di Indro Montanelli e, a proposito, quello di Piero Ottone per rievocare episodi ormai lontani di trent’anni. C’è un episodio però su cui molti fanno i super-informati e altri gli smemorati: riguarda il famoso “titolo della vergogna” sulla prima pagina del Corriere pubblicato il 3 giugno del 1977, il giorno dopo l’attentato delle BR contro Montanelli all’ingresso dei Giardini di via Palestro a Milano. Il giorno dell’attentato, Montanelli si stava recando nel suo ufficio al “Giornale”, in piazza Cavour. Poco tempo prima Montanelli era uscito in modo clamoroso dal Corriere, la sua casa per moltissimi anni, sbattendo la porta (anzi era stato "triturato" lentamente e messo nelle condizioni di andarsene), andando a fondare un quotidiano concorrente molto temuto e temibile.
Il nome del grande giornalista non compariva nel titolo del Corriere riguardante quell’attentato, e nemmeno nell’occhiello e nel sommario. Dopo aver letto tante sciocchezze, voglio onorare "il grande Indro" raccontando pubblicamente, ventisei anni dopo, i dettagli di quell’ episodio che ho vissuto in prima persona quando ero alle prime armi di questa professione. Voglio raccontare che cosa accadde davvero quella sera al primo piano di via Solferino, chi diede l'ordine di non scrivere il nome di Montanelli sulla prima pagina, chi commise quell'affronto nei confronti del collega, chi si assunse la responsabilità di quell'errore, chi se la filò per lasciare ad altri l'onere di un'onta che è rimasta tra le pagine più brutte del giornalismo.
E spero che questo serva a spiegare qual era il clima di quegli anni in via Solferino. Per paragonarlo, se del caso, a quello che oggi qualcuno vorrebbe far ritornare (ma siamo certi che Stefano Folli lo impedirà). Nel pomeriggio di quel due giugno di ventisei anni fa io lavoravo nella redazione politica del "Corriere". La definizione non è appropriata poichè in realtà in quel settore - nello stanzone con il famoso (e scomodo) tavolo di lavoro dei tempi di Albertini - no, non è antenato del sindaco di Milano - non ci si occupava solo di politica, ma si preparavano i titoli e si "passavano" tutti i testi della prima e della seconda pagina.




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12 giugno 2003


Il "coraggio" di Piero Ottone (3)

Potevano essere articoli di cronaca, economia, politica, potevano essere il fondo o i commenti, o il "fogliettone", cioè la storia curiosa nella parte bassa della prima. A capo del "politico" c'era Carlo Galimberti, con i suoi redattori Luigi La Spina (oggi grande firma de "la Stampa"), Nicola D'Amico, Walter Tobagi e il sottoscritto. Dietro di noi c’erano gli esteri guidati da Sandrino Rizzi e la sua pattuglia con Mino Vignolo, Sandro Scabello, Renato Ferraro, Marcello Mazzeo. Dall'altra parte del tavolone Luciano Micconi, capo degli Interni, nella stanza in fondo i capiredattori Mario Ramadoro, Giorgio Rossi e Gianfranco Gamucci.
La "lottizzazione" interna dei quattro vice-direttori ("divide et impera") voluta da Piero Ottone aveva affidato alla competenza di Michele Tito la "sovrintendenza" del Politico, mentre Gaspare Barbiellini Amidei, Franco Di Bella e Massimo Riva avevano competenze rispettivamente sulle pagine di Cultura, Cronaca-Interni-Spettacoli, Economia. Il lavoro funzionava così. Galimberti distribuiva fra noi i pezzi appena arrivati, li dovevamo controllare, leggere, passare in tipografia e infine proporre una serie di titoli, che poi passavano "di là", in direzione, attraverso l’ufficio dei capo-redattori, per essere approvati definitivamente e andare in pagina. Oppure poteva accadere che Galimberti assegnasse gli argomenti dei pezzi che dovevano ancora arrivare. In questo caso ogni redattore doveva leggere sulle agenzie tutto ciò che riguardava quel determinato argomento in maniera da essere pronti a segnalare notizie eventualmente mancanti negli articoli in arrivo.
Quel giorno di giugno del 1977 il pezzo e il commento che riguardavano l'attentato a Montanelli vennero affidati a me. Quando Galimberti me li consegnò preparai un certo numero di proposte di titoli, con occhiello e sommari di diverso contenuto. In tutti i titoli da me proposti, ovviamente, c'era il nome di Montanelli. Dico ovviamente perchè non ero così fesso da prendermi la briga di “censurare” quel nome e di macchiarmi di un simile errore professionale. Galimberti prese quei fogli con le mie proposte, diede un'occhiata e li portò di là. Sapeva che si trattava di una patata bollente e voleva coprirsi, giustamente, le spalle.Nessuno di quei titoli venne cestinato nella pre-selezione fatta dal mio capo. Ramadoro li lesse e li rilesse, poi li portò nelle stanze della direzione. Tutti. Piero Ottone era presente, ma sul piede di partenza.




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12 giugno 2003


Il "coraggio" di Piero Ottone (4)

Pensai, pensammo, che prima di andarsene, data anche l'importanza dell'argomento, avrebbe dato un'occhiata a quei titoli - l'attentato era l'apertura della prima -, avrebbe suggerito modifiche o li avrebbe approvati. Lo incrociai poco dopo nel corridoio mentre era sulla sommità dello scalone d'uscita. Accanto a lui c'erano Tito e Ramadoro che gli mostravano i fogli con le mie proposte di titolo. Assistetti da vicino al conciliabolo: Ottone voleva scappare via, aveva una grande fretta, si capiva perfettamente che non voleva occuparsi della faccenda e passare tutte le responsabilità su Tito. "Pensateci voi", disse. Non diede nemmeno un'occhiata. Ramadoro rimase lì stupefatto, Michele Tito accompagnò il direttore giù per le scale. Non so che cosa si siano detti in quel breve tragitto, prima di salutarsi. Pensai che in quei brevi istanti Tito fosse finalmente riuscito ad avere le tanto attese disposizioni del direttore. Forse fu così, forse arrivò in quel momento l’ordine fatale: “Niente nome di Montanelli...”. O forse mi sbaglio e non ci furono disposizioni esplicite..
Tito risalì con quei miei fogli e si chiuse nella sua stanza. Ne uscì mezzora dopo, per venire, insieme a Ramadoro, verso il settore dov’era Galimberti. Il mio capo mi consegnò uno solo dei miei fogli con le numerose correzioni del vicedirettore e un po’ di cenere della sua sigaretta. Cercai di decrittare le sue annotazioni. Misi tutto in bella copia, ma ero incredulo e dissi a Galimberti: "Galimba, ma qui non c'è più il nome di Montanelli. Si sono sbagliati, si sono dimenticati?".
Galimberti, da quel grande professionista che è, diede un'occhiata, controllò l'originale, sgranò gli occhi e corse subito di là. Ci furono altri lunghi conciliaboli, poi tornò: "Dicono che va bene così, non è una dimenticanza, vogliono che il titolo sia quello che hanno deciso. Niente nome di Montanelli". Poco dopo Tito e Ramadoro ritornarono sui loro passi verso di noi. Evidentemente Galimberti li aveva convinti che si stava commettendo un errore. Il vicedirettore aveva le dita ingiallite dalla nicotina, quella sera fumò più che mai, e ancor più nervosamente. Riprese quel foglio messo in bella copia, mi disse di lavorarci ancora su. Chiesi: "Ma il nome di Montanelli lo posso mettere o no?". "Adesso vediamo".




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12 giugno 2003


Il "coraggio" di Piero Ottone (5)


Ramadoro si fermò e ci fece capire che cosa stava accadendo: Tito non riusciva a rintracciare il direttore. Voleva parlargli e farlo ragionare. Segno che quella disposizione era stata impartita in quel breve conciliabolo sulle scale e Tito cercava ora di farla revocare? In parole povere, tutto questo significa che Ottone prima di andarsene aveva davvero dato l'ordine fatale? Oppure, forse, aveva solo fatto capire, con quel suo modo inconfondibile e mellifluo, quali fossero i suoi desideri? Michele Tito interpretò male o compì quello che si chiama un peccato di eccesso di zelo? Oppure ubbidì a un ordine preciso? Certo sapeva bene come Ottonela pensasse su Montanelli, e forse - in assenza di istruzioni precise - decise che il male minore fosse quello di esaudire le attese del direttore piuttosto che evitare di commettere un errore giornalisticamente macroscopico. Lo spazio bianco nella prima pagina rimase bianco fino a tardi.
Galimberti, Ramadoro, tutti noi eravamo allibiti e increduli, ma non avevamo il potere di prendere iniziative personali. Una catena di comando funziona solo se le gerarchie vengono rispettate. E questa è una regola-chiave soprattutto nei giornali. Quel titolo venne alla fine composto e collocato in pagina. Quando la bozza della prima fu pronta, Ramadoro, Galimberti e io la portammo da Tito. Lui rimase solo, a contemplare il lavoro. Era affranto, si capiva benissimo che da ore si stava macerando su quella scelta. Chiese alla segreteria di cercargli per l'ennesima volta Ottone . Rimanemmo lì ad aspettare. Non lo trovarono, o forse non si fece trovare. Tito alla fine diede l'OK per quel titolo vergognoso. Credo che anche lui si stesse vergognando di quello che gli toccava fare. Ma non era solo colpa sua.
Quella sera imparai una grande lezione al contrario: quando hai un incarico devi assumerti fino in fondo le responsabilità che ne conseguono. Non devi lasciare il cerino in mano ai tuoi sottoposti e scappare via, in modo da potere - il giorno dopo -lavartene le mani e scaricare la colpa sugli altri. Ciao, caro Indro. Sono certo che da lassù te la ridi beffardo leggendo queste cose sul tuo vecchio amico Piero Ottone.

Gigi Moncalvo




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25 aprile 2003


Lanza chi?

Spulciando sul sito di controinformazione giornalistica, La Respubblica, un interessante articolo su Cesarone Lanza. Prezzomolo della tv italiana. Da non perdere




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13 aprile 2003


Buttafuoco-Gasparri amore corrisposto

Momento amarcord dal sito destra.it, diretto da Maurizio Gasparri. Ecco cosa scriveva Pietrangelo Buttafuoco del suo direttore:

"Una combinazione Berlusconi e Gasparri sarebbe nitroglicerina pura, salvifica nitroglicerina. E’ un’idea."




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