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celine [ Noi non cambiamo mai! Né calzini, né padrone, né opinioni, oppure cambiamo troppo tardi, quando non ne vale più la pena ]
 


Blog dall'aggiornamento saltuario per avvenuta seconda paternità del titolare. 



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10 novembre 2003


I miliardi di Arafat

(da Federico Rampini, Estremo Occidente)

Una grande inchiesta di Lesley Stahl per il magazine televisivo "60 Minutes" sulla rete Cbs (http://www.cbsnews.com) rivela la mappa completa delle ricchezze personali di Arafat, custodite in depositi bancari offshore (dalla banca svizzera Lombard Odier ai conti cifrati nelle isole Caimane): da uno a tre miliardi di dollari. Tutti soldi dirottati dagli aiuti internazionali versati all'autorita` palestinese affinche` costruisca scuole, ospedali, fabbriche. Il reportage della Cbs attinge a una fonte al di sopra di ogni sospetto: Salam Fayyad, il nuovo ministro delle Finanze di Arafat, ex funzionario della Banca mondiale, sta mettendo a nudo l'immenso patrimonio personale che il leader storico dell'Olp ha accumulato derubando la sua gente. Arafat e` stato costretto a nominare Fayyad su pressione dell'opinione pubblica palestinese, indignata per il livello della corruzione ai vertici dell'Olp.



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14 giugno 2003


Euroglobal

Presentazione del libro
EUROGLOBAL - Libertà, identità, integrazione
di Adolfo Urso

Roma, 18 giugno 2003, ore 10.45
Sala Capranica, Piazza Capranica, 101

Intervengono: Gianfranco Fini, Piero Fassino

Introduce: Domenico Mennitti

Coordina: Mauro Mazza

Sarà presente l’autore




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2 maggio 2003


Lettera aperta a Chirac

Un ufficiale americano scrive a Monsieur Le President. Qui la traduzione in italiano fatta da Antifranza 





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29 aprile 2003


Il nemico dell'Occidente

di Franco Cardini dal sito Golem

Credo che abbia ragione Massimo Fini ne Il vizio oscuro dell'Occidente (Marsilio), quando osserva che all'Occidente moderno (o, se si preferisce, alla Modernità: giacché i due termini sono in realtà sinonimi) ben si attaglia l'autodefinizione, rovesciata, che Mefistofele dà di se stesso nel Faust di Goethe: "Io sono lo spirito che vuole sempre il Male ed opera eternamente il Bene". Il che equivarrebbe a sostenere, se si volesse essere un tantino pesanti, che l'Occidente ha il tocco di Mida al contrario, e quel ch'esso tocca non è proprio in oro che si trasforma. E intendiamoci: a giudicare da taluni devastanti effetti della globalizzazione, si direbbe che le cose stiano proprio così.




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16 aprile 2003


Americani e europei differenze a confronto

Scrive Paolo Mieli nella sua rubrica di dialogo con i lettori:



(..) per comprendere se Europa e Stati Uniti si stanno divaricando o se quel processo di divaricazione che pure è innegabile si è stabilizzato, è proficuo astrarsi dal contingente. Meglio dedicarsi alle letture (..)  le suggerisco di leggere il libro di Robert Kagan «Paradiso e potere; America ed Europa nel nuovo ordine mondiale» testé pubblicato da Mondadori. Kagan passa in esame gli stereotipi con i quali americani ed europei si guardano a vicenda. Gli Stati Uniti sono dipinti da noi europei come una nazione dominata dalla «cultura della morte» con un temperamento bellicoso che è il frutto naturale di una società violenta, nella quale ognuno ha in casa un fucile e trionfa la pena capitale. Gli americani ci appaiono come gente che fa più facilmente ricorso alla forza, meno pazienti in diplomazia, tendenti a dividere il mondo in buoni e cattivi, tra amici e nemici. Noi invece sembriamo a loro persone che si concentrano sul processo anziché sul risultato nella convinzione che con il tempo il processo diventa sostanza.
(..) lo studioso ricorda agli americani che la Gran Bretagna può diventare parte trainante dell’Europa contraddicendo con ciò il cuore dello stereotipo di cui s’è detto. E fa osservare a noi che di fronte all’uso della forza quasi tutti i democratici americani hanno in genere un atteggiamento più simile a quello dei repubblicani che a quello di gran parte degli europei. «Negli anni Novanta - scrive Kagan andando con la memoria ai bombardamenti di Clinton contro Iraq, Serbia e Sudan - i liberal americani si sono mostrati più propensi a ricorrere alla forza e più manichei nella loro percezione del mondo di quasi tutti i progressisti europei».
Le tesi di questo autore sono molto discusse negli Stati Uniti. Un osservatore di cui ci siamo già occupati ai tempi della discussione a cui lei fa riferimento, Charles A. Kupchan, ha sostenuto che è sbagliato dipingere gli americani come figli del dio Marte e gli europei come se discendessero dalla dea Venere: «Kagan pensa che gli europei abbiano una disposizione congenita a bere vino, caffè e a fare l’amore; io invece penso che gli europei, non diversamente da noi, aspirino a dignità, autonomia, influenza, voce propria; l'Europa è destinata ad ambire a un maggiore ruolo geopolitico. È questione di tempi, non di predisposizioni». Ma una cosa è certa: le differenze che sono venute alla luce in queste settimane, al di là di occasionali riavvicinamenti, restano. Eccome se restano.





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14 aprile 2003


La svolta di Israele

di Fiamma Nirenstein

(..) Il post Saddam comincia con una profferta di pace di Sharon. (..) dichiarazioni importanti per motivi generali e particolari.
Quelli particolari: il premier annuncia la disponibilità a sgomberare territori per procedere a un accordo di pace che comprende la nascita di uno Stato Palestinese, purché non si debba rinunciare alla sicurezza. Sharon chiama per nome luoghi che sono «la culla del popolo ebraico» come Shiloh, Beit El, luoghi biblici, che dall’Intifada nessuno osa nominare parlando di sgombero. Un messaggio interno fortissimo.
Ma le radici dell’uscita di Sharon sono la cosa più seria. (..) Il mondo mediorientale ha visto che le dittature, che abbisognano intrinsecamente di un nemico da odiare, non sono eterne. Qualcosa si muove. Da ieri il ministro delle Finanze palestinese Salam Fayad, invece di passare gli stipendi degli uomini armati ai capi delle varie fazioni della polizia, pagherà i salari tramite banca: è un colpo alle milizie personali. Fayad ha battuto Arafat, che non voleva. (..) Inoltre non perverranno più da Saddam i 25 mila dollari a famiglia di «shahid» palestinese. Tutta l’area ha ricevuto un segnale sulla sorte che può subire una dittatura armata e amica del terrore. A Gerico armi rubate sono state restituite a Israele dall’Autonomia Palestinese. E Sharon si espone all’ira dei settler. Il dopoguerra ce ne mostrerà delle belle.




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13 aprile 2003


Europa: la trappola Putin

di Barbara Spinelli (La Stampa)


Per l’Europa è una sfida senza eguali perché si tratta di entrare nel nuovo ordine della balance of power - e dunque di divenire a sua volta potenza - senza abbandonare quel che più la caratterizza: l’autolimitazione delle sovranità nazionali assolute. (..)

Quel che urge non è la facoltà di parlare in comune (..). Parlare all’unisono è un’attività sterile, se non s’accompagna a istituzioni funzionanti, a valutazioni serie delle minacce, a politiche oculate di alleanze (..) Non sarà un cammino facile, ma il tramonto della Nato costringerà prima o poi l’Europa a percorrerlo, dandosi quella politica estera e di difesa che oggi le mancano.


(..) a parole Parigi sta cercando di salvare la legalità internazionale, ma nei fatti è all’origine di due fondamentali impedimenti. Il primo è di carattere istituzionale: proprio lo Stato che più ha invocato l’Europa politica è quello che più resiste a limitare quella sovranità nazionale che gli ha permesso di figurare come leader della pace. Il secondo, ancora più grave, è la strategia delle alleanze che Parigi e Berlino stanno intessendo con Putin (..). Per l’Europa e per i suoi ideali, la nuova Triplice celebrata a San Pietroburgo è non solo rischiosa ma contro natura: perché il Cremlino è custode geloso della sovranità assoluta degli Stati nazione, assai più degli Stati Uniti. Perché la politica delle mani libere (..) è il vero segno distintivo di Putin. Nella sua guerra contro i partigiani della Cecenia, il Cremlino vuole evitare proprio quello che tanto caldeggia per il Golfo: un intervento dell’Onu, del Consiglio d’Europa, della Corte penale internazionale. (..)


Si tratta di pensare i compiti della futura Europa (..) e su questa base riscrivere l’accordo con l’America. (..) Un’alleanza che pretende di difendere una legge internazionale cui Putin non presta importanza alcuna, per quanto lo concerne. Un’alleanza che renderà sempre più sospettose le nazioni est-europee che più conoscono la Russia, e che può bloccare la nascita di un’Unione politica per i decenni a venire.





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12 aprile 2003


Perché l'Europa non è credibile?

Da un editoriale del Jerusalem Post
9 aprile 2003

In occasione della visita a Gerusalemme del ministro degli esteri tedesco Fischer, l'editoriale del Jerusalem Post scrive: "Perche' l'Europa non conta nulla per Israele? Perche' ignoriamo sempre il suo parere? Perche' l'Europa non ha credito morale. Perche' quando la nostra gente viene fatta saltare per aria negli autobus e nei caffe', quando i ragazzini vengono massacrati a randellate, quando i bambini vengono assassinati nelle culle, noi ci aspettiamo qualcosa di piu' di una espressione formale di condanna ben impacchettata in attestati di comprensione verso chi perpetra quei crimini. Perche' quando avanziamo coraggiose offerte di pace e queste offerte vengono rifiutate con un bagno di sangue, ci aspettiamo un fermo sostegno, non sempre ulteriori pretese in nome della "ragionevolezza". Perche' quando gli europei ci dicono che, una volta lasciati i territori, "garantiranno" loro per la nostra sicurezza, noi chiediamo: e con quale volonta' politica, con quali mezzi militari? Perche' quando gli Stati Uniti si muovono per eliminare una delle peggiori minacce alla nostra esistenza, cioe' il regime iracheno, quello che fa l'Europa e' opporsi vigorosamente. Perche' in passato tutte le volte che Israele si e' trovato alle strette, sono sempre stati gli Stati Uniti, non l'Europa, che sono venuti ad aiutarci". 
 

The Jerusalem Post Internet Edition




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11 aprile 2003


La stratega Melandri

Sull'ottimo sito Analisi Difesa, Gianandrea Gaiani infierisce sull'ex ministro Melandri.

Mendicanti di un posto al sole

L’esempio più eclatante di sprovvedutezza è rappresentato però dall’intervento dell’on. Giovanna Meandri al programma di Rai Tre “Ballarò”, martedì 8 Aprile. Chiamata a rispondere sul confronto tra questa guerra e quella combattuta dal governo di Sinistra in Kosovo, senza una Risoluzione dell’ONU, l’onorevole diessino è riuscita ad affermare in pochi secondi che in Kosovo c’era almeno la NATO che oggi non è coinvolta in Irak e che quell’intervento era moralmente doveroso dopo la strage di Srebrenica verificatasi poche settimane prima e dopo i 300.000 morti provocati dalle repressioni serbe !!
Al di là del fatto che simili cifre sui morti in Kosovo non le avrebbe fornite neppure l’Ufficio Propaganda dell’UCK, al di là de l fatto che a differenza del Medio Oriente i Balcani sono in “area NATO”, qualcuno dovrebbe ricordare alla signora Melandri che Srebrenica fu si teatro di un massacro ma in Bosnia nel 1995, quattro anni prima della guerra in Kosovo !!!!

 




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8 aprile 2003


Noam Chomsky e l'Iraq

Il sito www.disinformazione.it riporta l'interessante intervista concessa da Noam Chomsky a "Frontline". Questo uno dei passaggi: "La dottrina della guerra preventiva (..) presume che gli USA – da soli, senza dividere questo diritto con nessun altro, hanno il diritto di attaccare qualunque paese che essi ritengano essere un potenziale pericolo. (..) Questa dottrina è stata annunciata esplicitamente nel National Strategy Report … (dove si) afferma che gli USA governeranno il mondo con la forza, che è la dimensione – l’unica dimensione – di tale supremazia. Ancora, sarà così per un indefinito futuro, perché qualunque potenziale sfida al dominio statunitense sarà eliminata prima ancora di diventare una sfida".

www.disinformazione.it




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4 aprile 2003


Chirachiana

La Stampa 4 aprile 2003

di Cesare Martinetti

JACQUES Chirac farà da «cicerone» questa mattina al Louvre nella visita guidata alle sale delle arti d'Asia e Oceania per festeggiarne il successo a tre anni dall'apertura. La sua passione, insieme al sumo, la lotta giapponese. Nell'ultimo summit della Nato (Praga, 21 novembre) Monsieur le Président fu sorpreso da un fotografo a sfogliare un catalogo d'arte orientale durante il dibattito con i capi di stato. Distacco, distrazione, saggezza?

Adesso che c'è la guerra, di nuovo Chirac si rifugia nell'esotico, come se provasse a levitare sull'orrore del mondo. Intanto, sotto, la Francia ribolle di un umore esplosivo dal momento che - secondo un sondaggio Le Monde-Tf1 - un terzo dei «chers compatriotes» si augura la vittoria di Saddam. Un dato precipitato come una doccia fredda nel dibattito francese. All'Eliseo, scrive il Figaro, ora vige la consegna del silenzio: «Non dire niente e non dare l'impressione che la Francia goda delle difficoltà americane in Iraq». Stop all'antiamericanismo.

Infatti Chirac non ha più detto niente. E durante il pranzo settimanale con i boss del suo partito, l'UMP, il presidente ha fatto passare la parola d'ordine: «Gli Stati Uniti sono amici e alleati». E poi: «Americani e francesi sono sulla stessa barca». E ancora: se ci sono stati «soprassalti», non è stato intaccato l'«essenziale» del rapporto di amicizia.Prudente correzione, almeno di tono, perché come dice il deputato di Parigi Claude Goasguen, «non abbiamo spiegato a sufficienza che stiamo dalla parte della democrazia».

E Chirac, aggiunge il senatore Dord, «s'è spinto troppo lontano». Persino un freddo come l'ex premier Alain Juppé è scivolato sulla questione facendo cancellare la bandierina americana cucita sul berretto da una sua foto destinata al settimanale popolare Galà. Proprio Juppé, il «migliore di tutti noi», come disse una volta Jacques Chirac.




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