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Chirachiana

La Stampa 4 aprile 2003

di Cesare Martinetti

JACQUES Chirac farà da «cicerone» questa mattina al Louvre nella visita guidata alle sale delle arti d'Asia e Oceania per festeggiarne il successo a tre anni dall'apertura. La sua passione, insieme al sumo, la lotta giapponese. Nell'ultimo summit della Nato (Praga, 21 novembre) Monsieur le Président fu sorpreso da un fotografo a sfogliare un catalogo d'arte orientale durante il dibattito con i capi di stato. Distacco, distrazione, saggezza?

Adesso che c'è la guerra, di nuovo Chirac si rifugia nell'esotico, come se provasse a levitare sull'orrore del mondo. Intanto, sotto, la Francia ribolle di un umore esplosivo dal momento che - secondo un sondaggio Le Monde-Tf1 - un terzo dei «chers compatriotes» si augura la vittoria di Saddam. Un dato precipitato come una doccia fredda nel dibattito francese. All'Eliseo, scrive il Figaro, ora vige la consegna del silenzio: «Non dire niente e non dare l'impressione che la Francia goda delle difficoltà americane in Iraq». Stop all'antiamericanismo.

Infatti Chirac non ha più detto niente. E durante il pranzo settimanale con i boss del suo partito, l'UMP, il presidente ha fatto passare la parola d'ordine: «Gli Stati Uniti sono amici e alleati». E poi: «Americani e francesi sono sulla stessa barca». E ancora: se ci sono stati «soprassalti», non è stato intaccato l'«essenziale» del rapporto di amicizia.Prudente correzione, almeno di tono, perché come dice il deputato di Parigi Claude Goasguen, «non abbiamo spiegato a sufficienza che stiamo dalla parte della democrazia».

E Chirac, aggiunge il senatore Dord, «s'è spinto troppo lontano». Persino un freddo come l'ex premier Alain Juppé è scivolato sulla questione facendo cancellare la bandierina americana cucita sul berretto da una sua foto destinata al settimanale popolare Galà. Proprio Juppé, il «migliore di tutti noi», come disse una volta Jacques Chirac.

Pubblicato il 4/4/2003 alle 18.22 nella rubrica geopolitica.

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